Versamento del capitale sociale in una SARL francese o in una società per azioni francese

Il versamento del capitale sociale è una fase necessaria nella costituzione di società che prevede il pagamento di somme di capitale (contributi in denaro). In genere, il capitale sociale viene versato presso una banca. Solo dopo aver fatto questo, viene sottoscritto lo Statuto definitivo della società.

I termini e le condizioni per i contributi in denaro sono regolati nelle SARL e nelle società per azioni (SAS, SA, SCA). Al momento della costituzione della società, deve essere versato almeno:

  • un quinto dei contributi in denaro nel caso delle SARL,
  • la metà dei contributi in contanti nel caso delle società per azioni.

Il resto deve essere versato, in una o più rate, entro 5 anni dall’iscrizione della società nel registre du commerce et des sociétés (RCS). Le richieste di fondi sono decisioni normalmente prese dagli amministratori della società.

Nelle società non commerciali e nelle società di persone, il pagamento del capitale sociale è organizzato liberamente dallo statuto.

Il capitale sociale deve poi essere versato su un conto bloccato aperto a nome della società che si sta costituendo. Questo conto viene solitamente aperto presso una banca. È anche possibile versare il capitale presso uno studio notarile o la Caisse des dépôts et consignations.

QUANDO SI DEVE VERSARE IL CAPITALE SOCIALE ALLA BANCA

Prima che gli azionisti di una società possano versare il capitale sociale alla banca, devono approvare tutte le clausole dello Statuto ed essere decisi a costituire e registrare la società. In pratica, prima di versare il capitale sociale in banca, tutti gli azionisti della società devono aver approvato il progetto di Statuto. La clausola relativa ai contributi in denaro indicherà i contributi di ciascun socio. È preferibile che tutti i soci firmino il progetto di Statuto.

Poi, una volta effettuati i contributi, si potrà procedere con la sottoscrizione dello Statuto definitivo.

COME SI VERSA IL CAPITALE SOCIALE IN BANCA?

Esistono due modi per effettuare il versamento:

  1. i soci versano direttamente sul conto aperto a nome della società costituita. Poi viene effettuato un bonifico al RIB fornito dalla banca
  2. Oppure i soci versano i loro contributi a una persona incaricata di svolgere questa formalità. La persona che riceve i fondi è poi tenuta a depositarli sul conto aperto a nome della società in fase di costituzione, entro 8 giorni dalla ricezione dei fondi.

Se la società costituita è una società per azioni, è necessario inviare alla banca che riceve i pagamenti un elenco dei sottoscrittori delle azioni.

I pagamenti effettuati non sono disponibili fino alla registrazione della società. Tuttavia, esistono delle disposizioni se la società non è ancora stata costituita.

Infine, se un azionista non paga la somma promessa alla data di scadenza, sarà automaticamente tenuto a pagare gli interessi su tale somma al tasso legale o al tasso stabilito nello Statuto. L’azionista inadempiente può essere condannato a pagare i danni se la società dovesse subire una perdita.

CERTIFICATO DEL DEPOSITARIO DEI FONDI

La banca che riceve i pagamenti fornisce ai soci un documento chiamato certificato del depositario. In questo documento, la banca certifica i depositi effettuati sul conto aperto a nome della società in via di costituzione. Il certificato non può essere emesso finché i fondi non sono stati accreditati sul conto.

Il certificato del depositario dei fondi deve essere inviato al registro per la richiesta di registrazione della società. Deve essere allegato alla dichiarazione di costituzione. Senza il certificato, e nel caso di contributi in contanti, il registro rifiuterà di registrare la società.

INFORMAZIONI SUL VERSAMENTO DEL CAPITALE DA INCLUDERE NELLO STATUTO SOCIALE

Una volta che il capitale sociale è stato versato in banca, è possibile finalizzare lo Statuto della società.

Nel caso delle SARL, lo Statuto deve menzionare il deposito dei fondi corrispondenti ai contributi in denaro. Ciò significa che deve specificare:

  • L’importo del contributo in denaro di ciascun socio,
  • in caso di pagamento parziale, l’indicazione della quota versata immediatamente e i termini dei pagamenti successivi,
  • l’identità e l’indirizzo della banca che ha ricevuto i fondi,
  • l’importo totale versato sul conto aperto a nome della società in via di costituzione.

Nelle società per azioni, non esiste un obbligo legale per i soci di menzionare il deposito dei fondi nello Statuto. Tuttavia, il deposito viene generalmente menzionato. Successivamente, l’elenco degli azionisti specifica l’importo del versamento di ciascun azionista.

SBLOCCO DEI PAGAMENTI DEL CAPITALE SOCIALE IN BANCA

I pagamenti effettuati sul conto bloccato aperto a nome della società in fase di costituzione possono essere sbloccati non appena la società viene registrata presso il registre du commerce et des sociétés (RCS). Per dimostrare che la società è stata registrata, è necessario inviare una copia del certificato di registrazione (K-Bis). La banca rilascerà poi i fondi trasferendoli sul conto bancario della società.

Se la società non è stata costituita (statuto non firmato) o registrata entro sei mesi dal primo pagamento, i soci potranno recuperare i loro fondi. La richiesta di rimborso potrà essere effettuata:

  • individualmente, presentando una richiesta di risarcimento in tribunale,
  • o collettivamente, nominando un agente che rappresenti tutti i soci e richieda la restituzione dei fondi.

Divieto di patti successori e trust testamentario

Con un trust testamentario ricadiamo nel divieto dei patti successori?

Per rispondere alla domanda se con un trust testamentario si ricada nell’ambito della violazione dell’art. 458 del c.c. (che regola il divieto di patti successori) dobbiamo prima analizzare gli istituti coinvolti nell’odierna trattazione.

Partiamo dall’articolo 458 del Codice civile italiano, che dispone:

“è nulla ogni convenzione con cui taluno dispone della propria successione. È del pari nullo ogni atto col quale taluno dispone dei diritti che gli possono spettare su una successione non ancora aperta, o rinunzia ai medesimi.”La norma in parola prevede il divieto di patto cd. successorio, per tale intendendosi ogni accordo o atto mortis causa – che, cioè, trova la sua causa giustificativa nella morte – avente ad oggetto una successione non ancora aperta ovvero diritti successori eventuali e futuri.

In seno a tale categoria è possibile distinguere tre tipologie di patti: i patti istitutivi, mediante i quali un soggetto dispone anticipatamente della propria successione e, in particolare, dei beni destinati a confluire nella massa ereditaria; i patti dispositivi, mediante i quali un soggetto dispone dei diritti che potranno eventualmente spettargli dall’apertura di una futura ed altrui successione; i patti rinunciativi, mediante i quali un soggetto rinuncia preventivamente ai diritti che potranno eventualmente spettargli dall’apertura di una futura ed altrui successione.

Trattasi di patti mortis causa, in quanto finalizzati – pur nel loro differente modo di atteggiarsi – a definire anticipatamente l’assetto di interessi conseguente alla morte del disponente e, più in generale, a predeterminare o regolare gli effetti patrimoniali derivanti dalla apertura della propria o altrui successione.

  1. Quanto, invece, al trust, questo è un istituto giuridico di origine anglosassone attraverso il quale un soggetto, definito disponente o “settlor”, per atto tra vivi o a causa di morte, separa il suo patrimonio destinando alcuni beni al perseguimento di specifici interessi, a favore di determinati beneficiari o per il raggiungimento di uno scopo determinato, e trasferisce la titolarità e la gestione di questi beni a un altro soggetto, definito gestore o “trustee”. Il trust rientra a pieno titolo, pertanto, nella categoria degli strumenti di tutela e protezione del patrimonio.
  2. Si parla, invece di trust testamentario quando il disponente (testatore) istituisce un trust per il tempo in cui egli avrà cessato di vivere, individuandone il trustee. Capita spesso che questa tipologia di trust sia chiamata anche trust successorio.

Divieto dei patti successori

La domanda che si pone è se con il trust testamentario, si violi la disposizione sopra citata circa il divieto dei patti successori.

Seppure non ci sia unanimità di vedute, è interessante segnalare un recente orientamento (ordinanza n. 18831 del 12 luglio 2019 le Sezioni unite della Cassazione), secondo il quale il trust non comporta una «devoluzione mortis causa di sostanze» del disponente poiché il trust è «costituito con atto inter vivos» (il testamento) e realizza un trasferimento patrimoniale dal disponente al trustee, il quale ha il compito fiduciario di gestire i beni ricevuti dal disponente e di devolverli ai beneficiari al termine del trust. Costoro acquistano il patrimonio del trust «direttamente dal trustee e non già per successione mortis causa dal de cuius».

  1. Il decesso del disponente non è la “causa” della trasmissione patrimoniale ai beneficiari del trust ma è il momento nel quale detta trasmissione avviene: la “causa” della trasmissione patrimoniale è l’istituzione e la dotazione del trust e l’incremento patrimoniale che i beneficiari ottengono trova la sua fonte nell’istituzione del trust.
  2. Con l’istituzione del trust (affidamento al trustee della gestione di un dato patrimonio in vista del perseguimento di un dato scopo), il trustee avrà il dovere di trasmettere ai beneficiari il patrimonio esistente nel momento in cui il trust cessa, ed è inquadrabile come un evento meramente attuativo di una costruzione già consolidata nel momento in cui il trust è stato istituito: «La morte del settlor non ha alcuna rilevanza causale, potendo al più individuare il momento di esecuzione dell’attribuzione finale».

L’atto mortis causa

  • L’atto mortis causa è diretto a regolare i rapporti patrimoniali di un dato soggetto «per il tempo e in dipendenza della sua morte: nessun effetto, nemmeno prodromico o preliminare, esso è perciò destinato a produrre, e produce, prima di tale evento».
  • A parere della Cassazione, se il disponente istituisce un trust per finalità di trasmissione di un dato patrimonio ai suoi figli a far tempo dalla sua morte, questa strumentazione è da qualificare «in termini di donazione indiretta», facendo insorgere un’attività negoziale che realizza il risultato economico di una donazione (il decremento del patrimonio del donante e l’incremento del patrimonio del donatario, il tutto per spirito di liberalità) con uno strumento giuridico diverso dalla donazione formale che si attua con atto notarile stipulato in presenza di due testimoni.

La riqualificazione dello status di agente di commercio in lavoratore dipendente in Francia – orientamenti recenti

Sebbene lo status di agente commerciale disciplinato dagli articoli 134-1 e seguenti del Codice di Commercio francese consenta di beneficiare di un’indennità di fine rapporto talvolta sostanziale, molti cercano di ottenere dai tribunali la riqualifica di questo rapporto commerciale come rapporto di lavoro dipendente, al fine di beneficiare di un regime potenzialmente più favorevole.

Secondo la giurisprudenza francese, l’esistenza di un rapporto di lavoro o di un contratto di agente commerciale non dipende né dalla volontà espressa dalle parti né dal nome del loro accordo, ma dalle condizioni concrete con cui viene svolta l’attività.

Il criterio per la riqualificazione è dato dall’esistenza di un rapporto permanente di subordinazione al committente, caratterizzato dallo svolgimento della propria attività lavorativa sotto l’autorità di un datore di lavoro che ha il potere di impartire ordini e direttive, di controllarne l’esecuzione e di sanzionare le violazioni.

Tuttavia, la riqualificazione non è così facile come si potrebbe pensare, in quanto le disposizioni dell’Articolo 1993 del Codice Civile francese stabiliscono che l’agente deve essere responsabile della sua gestione, il che implica che le istruzioni vengano impartite dal committente e che venga esercitato un controllo.

La Corte d’Appello di Nancy (21.03.2018 n. 17/02234), ad esempio, ha recentemente respinto una richiesta di riqualificazione sulla base del fatto che l’agente non era soggetto “a istruzioni, linee guida, condizioni o programmi da parte dell’azienda che andavano oltre quelli richiesti dal contratto di agenzia al punto da caratterizzare un rapporto di subordinazione“, dopo aver ritenuto che “il fatto che l’azienda richiedesse la partecipazione regolare alle riunioni fa parte del normale potere di controllo dell’agente”.

La Corte d’Appello di Parigi (20.03.2018 n. 16/12588) ha ricordato che il “lavoro all’interno di un servizio organizzato” costituisce “un’indicazione del legame di subordinazione solo quando il datore di lavoro determina unilateralmente le condizioni di esecuzione del lavoro”.

Tuttavia, la Corte di Cassazione (14.02.2018, n. 16-15240)  ha appena stabilito che il contratto deve essere riqualificato sulla base del fatto che l’agente “lavorava nei locali dell’azienda, appariva nelle sue e-mail, nella sua carta intestata e nei suoi biglietti da visita come appartenente all’azienda, era integrato nell’organizzazione del lavoro dell’azienda ed esercitava i suoi diritti come dipendente dell’azienda“, e che svolgeva la sua attività sotto gli ordini e i conti e del presidente a cui doveva rendere conto, ricevendo una retribuzione fissa mensile”, dimostrando che, in breve, è l’accumulo di questi indizi del vincolo di subordinazione, che riflette un vero e proprio eccesso di potere per imporre una contiguità totale e permanente al datore di lavoro, che porterà a una riqualificazione del rapporto di lavoro.

Anche la Corte d’Appello di Parigi (29.08.2018. n. 15/10479) ha appena riqualificato un contratto dopo aver notato un tale accumulo di indicatori: integrazione in un team e in una gerarchia; lavoro secondo le direttive del superiore; attività e risultati controllati; retribuzione mensile fissa; uffici e postazioni di lavoro nei locali dell’azienda; lavoro a tempo pieno nei locali; etc.

La riduzione del capitale sociale come modalità per agevolare la fuoriuscita di un socio dalla compagine sociale in Francia

Francia – cosa si intende per riduzione di capitale sociale?

Il capitale sociale è il valore originario del denaro e/o dei beni messi a disposizione dai soci fondatori o dagli azionisti al momento della creazione di una società. In cambio dei conferimenti effettuati, i soci ricevono azioni (è il caso delle SARL, società di persone, per esempio) e gli azionisti ricevono azioni (è il caso delle società per azioni come le SA).

La SAS francese ha un aspetto un po’ ibrido: è una società per azioni. Il corrispettivo per i conferimenti di capitale sociale è quindi pagato in azioni. Tuttavia, non si parla di azionisti ma di soci.

La riduzione del capitale sociale consiste nella riduzione dell’importo del capitale sociale. Questa riduzione può avvenire in diverse situazioni. Ad esempio, per ottimizzare la gestione finanziaria dell’azienda. Può essere fatto per vari motivi, come ad esempio per consolidare le finanze dell’azienda in caso di difficoltà a ripagare i debiti o per rafforzare la credibilità dell’azienda. Può essere

La riduzione del capitale può avvenire essenzialmente in due modi diversi:

  1. Riducendo il valore nominale dei titoli, ossia riducendo il valore di ciascun titolo che compone il capitale sociale senza modificare il numero dei titoli.
  2. Riducendo il numero di azioni, cioè riducendo il numero totale di azioni senza modificarne il valore.

Uscita dei soci attraverso la riduzione del capitale sociale: vantaggi e svantaggi

La riduzione del capitale sociale può essere motivata da perdite o non motivata da perdite.

  • Riduzione del capitale motivata da perdite
    quando la riduzione avviene in un contesto di perdite finanziarie dell’azienda. Infatti, quando il valore del patrimonio netto della società è inferiore alla metà del capitale sociale, la legge (articolo L223-248 del Codice di commercio) impone la riduzione del capitale sociale. Pertanto, tale riduzione regolarizza la situazione. Un’altra ipotesi correlata è che la riduzione possa avvenire prima di un aumento di capitale per assorbire le perdite esistenti prima dell’arrivo di nuovi investitori. Questo è noto come “effetto fisarmonica”.
  • Riduzione del capitale non motivata da perdite
    Anche quando la società non si trova in particolari difficoltà (quando il motivo non sono le perdite), è sempre possibile ridurre il capitale sociale. Le ragioni principali di tale riduzione sono due.

In primo luogo, se l’ammontare del capitale sociale appare troppo elevato rispetto alle reali esigenze e all’attività della società.

In secondo luogo, se uno o più soci o azionisti desiderano recuperare parte o tutti i loro contributi.

Una riduzione non motivata da perdite ha determinate conseguenze:

I creditori hanno il diritto di opporsi. Si tratta di una misura di protezione che consente loro di opporsi alla riduzione se questa può danneggiare i loro interessi;

I soci o gli azionisti ricevono fondi, cosa che non avviene in caso di riduzione del capitale motivata da perdite.

Riduzione del capitale sociale per accompagnare l’uscita di un socio 

La decisione di effettuare una riduzione di capitale non motivata da perdite finanziarie può talvolta essere presa nel contesto dell’uscita di un socio. Si tratta di un’operazione strategica che consente all’azienda di sostenere l’onere finanziario del partner uscente. In questa situazione, la società riacquista direttamente le azioni del socio per annullarle.

Questa operazione può essere eseguita:

  1. Riacquistando le azioni del socio uscente in contanti, il che presuppone che l’azienda disponga di liquidità sufficiente o che possa ricorrere a un prestito;
  2. Con l’assegnazione di beni aziendali, ad esempio edifici o archivi di clienti. Quest’ultima richiede il consenso del partner uscente.

Vantaggi e svantaggi della riduzione del capitale sociale

Ci sono vantaggi per il socio uscente, per gli altri soci e anche per l’azienda stessa.

In primo luogo, va segnalato un vantaggio fiscale per il socio uscente, poiché l’operazione rientra nel regime dei trasferimenti di titoli.

Per gli altri soci, la riduzione del capitale è interessante anche perché non dovranno sostenere il costo del riacquisto delle azioni in prima persona: sarà la società ad acquistarle.

Infine, la riduzione del capitale sociale è anche un’opportunità per ridefinire l’azionariato. Infatti, se approvata dai soci, una ridefinizione dell’azionariato può essere effettuata durante una riduzione di capitale socile, ad esempio per preparare il pensionamento dell’amministratore della società o per eliminare i soci che non desiderano più rimanere in società.

Tuttavia, la riduzione del capitale sociale quando si decide di accompagnare l’uscita di un socio presenta anche degli svantaggi che non vanno trascurati:

In generale, una riduzione del capitale può significare un indebolimento dell’azienda. Quando la riduzione viene effettuata in contanti, rappresenta un’uscita di cassa significativa per l’azienda.

Quando l’operazione viene effettuata attraverso l’assegnazione di beni aziendali, la società viene conseguentemente privata di beni utili allo svolgimento della propria attività.

È importante sottolineare l’esistenza di un principio di ordine pubblico che impone la parità tra gli azionisti o i soci della società. La riduzione del capitale non deve quindi essere motivata dal desiderio di estromettere alcuni di loro. Pertanto, per garantirne la validità, è preferibile che la riduzione del capitale sia stata accettata dall’interessato.

La procedura di riduzione del capitale sociale: Fasi E Formalità

Per procedere alla riduzione del capitale sociale, è necessario seguire due procedure diverse a seconda che la riduzione del capitale sia motivata o meno da perdite.

Quando la riduzione del capitale sociale è motivata da perdite, le fasi sono due:

L’Assemblea generale straordinaria deve essere convocata e deve definire il principio e le modalità di attuazione della riduzione.

Se la società è soggetta all’obbligo di nominare i revisori dei conti, la riduzione del capitale deve essere comunicata loro in anticipo, in modo che possano esprimere un parere in assemblea.

Per gli atti redatti a partire dal 1° gennaio 2021, è stata abolita la registrazione obbligatoria del verbale presso l’ufficio delle imposte sulle società.

Quando la riduzione del capitale sociale non è motivata da perdite (ad esempio, quando si decide di accompagnare l’uscita di un socio), è necessario convocare due assemblee:

In primo luogo, i soci o gli azionisti devono essere convocati dall’amministratore per definire la proposta di riduzione del capitale sociale.

In seguito, deve essere effettuata una valutazione delle azioni in questione per determinare il prezzo da fissare per l’acquisto delle azioni del socio.

Poi, il progetto deve essere riferito ai revisori dei conti, se presenti, per proporre un parere nella riunione successiva.

A questo punto, il verbale della prima riunione deve essere depositato presso la cancelleria del tribunale commerciale in modo che i creditori possano, se necessario, esercitare il loro diritto di opposizione, entro 20 giorni per le SA e le SAS e 30 giorni per le SARL.

Infine, per adottare definitivamente la riduzione del capitale è necessaria una nuova assemblea generale straordinaria o una decisione dell’amministratore delegato, se la prima assemblea generale straordinaria lo ha espressamente autorizzato.

Per quanto riguarda le formalità, la riduzione del capitale deve prima essere pubblicata in una gazzetta ufficiale. Devono essere indicate diverse informazioni, tra cui il nome della società, la sua forma giuridica, il numero Siren, la data della decisione di riduzione del capitale e l’importo del nuovo capitale sociale.

Successivamente, devono essere espletate altre formalità presso la cancelleria del tribunale commerciale competente. L’amministratore deve depositare un fascicolo presso la cancelleria del tribunale commerciale del luogo in cui ha sede la società.

Una volta convalidato il fascicolo, la cancelleria del tribunale commerciale provvederà a inserire la modifica nel RCS. La riduzione sarà quindi menzionata nell’estratto Kbis dell’azienda e sarà effettuata una nuova pubblicazione nel Bodacc.

La riduzione del capitale sociale è un’operazione legale complessa, per la quale si consiglia di farsi accompagnare da un professionista del diritto commerciale. Infatti, la valutazione delle azioni o l’espletamento delle varie formalità possono, ad esempio, rivelarsi difficili. Data la complessità della procedura e i rischi associati, è quindi preferibile rivolgersi a un esperto.

Risoluzione del contratto di agente commerciale

L’agente commerciale è un intermediario che negozia e conclude vendite o acquisti per conto dell’azienda che rappresenta. Il suo contratto, inizialmente simile a un mandato di diritto civile, è stato in seguito ben regolamentato dal diritto europeo e poi dal diritto francese. La risoluzione di un contratto di questo tipo è quindi soggetta a regole molto specifiche. Ecco alcuni errori da evitare:

1. Mancato rispetto del periodo di preavviso per la risoluzione di un contratto a tempo indeterminato

Il Codice del Commercio prevede l’esistenza di un periodo di preavviso in caso di risoluzione di un contratto a tempo indeterminato. Il periodo di preavviso è fissato a un mese per il primo anno di contratto, due mesi per il secondo e tre mesi per gli anni successivi. Le parti possono anche concordare un periodo più lungo, ma la legge non consente di abbreviarlo. È quindi importante non dimenticare di rispettare il periodo di preavviso previsto dalla legge o dalle parti, informando l’agente commerciale della risoluzione del contratto ed evitando di dover pagare un’indennità per la violazione del termine di preavviso.

2. Rinnovo tacito del contratto a tempo determinato

In linea di principio, un contratto a tempo determinato termina alla sua scadenza. Tuttavia, se le parti continuano a eseguire il contratto dopo tale data, esso si trasformerà automaticamente in contratto a tempo indeterminato. Pertanto, la controparte dovrebbe essere informata della fine del contratto o almeno non dovrebbe continuare a fornire all’agente commerciale gli elementi che gli permettano di continuare l’esecuzione del contratto, proprio al fine di evitare il tacito rinnovo.

3. Mancato rispetto del diritto di rivendita (Droit de suite) dell’agente commerciale

In caso di risoluzione del contratto, il diritto di rivendita dell’agente commerciale non deve essere dimenticato. Infatti, il Codice di Commercio prevede che, anche dopo la fine del contratto, l’agente abbia diritto a una provvigione quando l’operazione commerciale effettuata è dovuta essenzialmente al suo intervento durante il contratto di agenzia. Questo diritto alla provvigione viene esercitato “entro un periodo di tempo ragionevole dalla fine del contratto. Ciò significa che l’azienda è tenuta a pagare all’agente commerciale le provvigioni ancora dovute, ma anche gli ordini che sono stati conclusi principalmente grazie alla sua attività durante il contratto. Tuttavia, è necessario verificare che il contratto non contenga una rinuncia al diritto di rivendita, molto comune nella pratica, che consentirebbe di non pagare queste ultime commissioni. 

4. Il pagamento di una commissione di risoluzione

La risoluzione del contratto di un agente commerciale (risoluzione di un contratto a tempo indeterminato o mancato rinnovo di un contratto a tempo determinato) comporta generalmente il pagamento di un risarcimento per il danno subito a causa della cessazione del rapporto. Tuttavia, ci sono alcune situazioni in cui si può rinunciare al pagamento di questa indennità ed è importante verificare che la situazione attuale non sia una di queste.

Ci sono tre casi di questo tipo in cui il diritto al risarcimento viene meno: 
  • Se la risoluzione del contratto è causata dalla negligenza grave dell’agente commerciale;
  • Se la risoluzione del contratto avviene su iniziativa dell’agente commerciale (tranne nei casi in cui l’età, l’infermità o la malattia impediscano una ragionevole prosecuzione della sua attività;
  • Se l’agente cede il suo contratto a un terzo.

FRANCIA: Credito d’imposta per la ricerca: si chiarisce la nozione di sovvenzione pubblica

La Corte d’appello amministrativa di Parigi definisce la nozione di “sovvenzione pubblica” ai sensi delle disposizioni sul credito d’imposta per la ricerca. CAA Parigi 18-2-2022 n° 19PA01989

Le sovvenzioni pubbliche ricevute dalle imprese per operazioni che danno diritto al credito d’imposta per la ricerca (CIR) devono essere dedotte dalla base di calcolo di questo credito d’imposta, sia che siano definitivamente acquisite da esse o rimborsabili (CGI art. 244 quater B, III).

In mancanza di una definizione giuridica e giurisprudenziale della nozione di “sovvenzione pubblica” ai sensi delle disposizioni relative alla RTC, la Corte amministrativa d’appello di Parigi ha stabilito che qualsiasi aiuto versato in vista o in contropartita di un progetto di ricerca, risultante dall’utilizzo di risorse ricevute obbligatoriamente e senza contropartita, che l’aiuto sia versato da un’autorità amministrativa o da un ente privato con una missione di servizio pubblico, deve essere considerato come tale.

Nella specie, la prima sovvenzione in questione proveniva dai proventi di un apposito onere parafiscale riscosso agli operatori del settore da un comitato professionale incaricato di una missione di servizio pubblico. La seconda era stata corrisposta da un’organizzazione interprofessionale incaricata di una missione di servizio pubblico le cui azioni erano finanziate dai proventi di un contributo volontario obbligatorio versato dagli attori economici coinvolti nelle attività rappresentate nell’ambito dell’organizzazione interprofessionale. I fondi utilizzati per finanziare ciascuna di queste sovvenzioni erano quindi obbligatori per gli attori del settore, che li pagavano a titolo gratuito.

FRANCIA: Vendita della propria azienda e trasferimento del ricavato ai propri figli: come procedere al meglio

Se siete in procinto di considerare la vendita delle azioni della vostra azienda e state pensando a come organizzare il trasferimento dei vostri beni ai vostri figli, ecco alcuni consigli utili per effettuare tale operazione in Francia.

Piuttosto che vendere e poi dare tutto o parte del ricavato della vendita ai vostri figli, può essere utile pensare di invertire le operazioni: donare le vostre azioni e poi venderle.

Lo schema classico: vendo, poi dono…

Il contesto.

Spesso, quando si prepara la vendita di una società, in vista della trasmissione dei beni, l’amministratore della società organizza legittimamente l’operazione nel modo seguente: in primo luogo, vendere le azioni della società e poi trasmettere tutto o parte del prezzo di vendita, di solito sotto forma di una donazione ai figli. Analizziamo l’impatto fiscale di questa operazione.

Le tasse: panoramica.

Questo modo di procedere porta spesso a una doppia imposizione: la prima imposizione è l’imposta pagata dal venditore sulla plusvalenza realizzata sulla vendita delle azioni, soggetta all’imposta sul reddito e ai contributi previdenziali. La seconda imposta è, se applicabile, l’imposta sulle donazioni pagata sul trasferimento ai figli, dopo l’applicazione delle indennità applicabili.

Ottimizzazione fiscale.

Lo schema proposto. Eseguendo queste stesse operazioni al contrario, potrete ottimizzare il costo fiscale di questa vendita. Il primo passo è quello di donare le azioni della società ai figli, che poi le venderanno in una seconda fase. Qual è il vantaggio di invertire queste operazioni?

Le tasse: ottimizzazione.

Procedendo attraverso una donazione e poi una vendita, potrete “epurare” la plusvalenza realizzata sulla vendita di queste azioni: facendo questa donazione a un valore identico a quello previsto per la vendita, nessuna plusvalenza imponibile sarà dovuta poiché, da un lato, la donazione non genera alcuna plusvalenza e, dall’altro, la vendita sarà effettuata a un valore identico a quello mantenuto nella donazione. Questa epurazione della plusvalenza sarà totale o parziale a seconda della proporzione dei titoli donati rispetto a quelli venduti.

Consigli.

La tassazione della donazione non è evitata. Ma non dimenticate che nel calcolo dell’imposta di donazione, potete beneficiare di una detrazione, il cui importo varia a seconda della persona del donatario (per esempio, questa detrazione sarà di 100.000 euro per figlio beneficiario e per donatore).

I contratti internazionali di spedizione e trasporto

I contratti internazionali

Quando si parla di contratti internazionali si fa riferimento ad un istituto contrattuale transnazionale che si concreta nello scambio di beni o nella prestazione di servizi, a titolo oneroso o a titolo gratuito, fondato su un atto volontario tra soggetti appartenenti ad entità statali differenti.

Poniamo la nostra attenzione sui contratti di spedizione e di trasporto che si collocano all’interno dei servizi di logistica i quali, secondo la definizione data dalla Society Of Logistic Engineers, (SOLE) è “arte e scienza dell’organizzazione, della progettazione e dell’attività tecnica riguardante i requisiti, la definizione, la fornitura e le risorse necessarie a supportare obiettivi, piani ed operazioni”.

Nel caso de quo, tali servizi sono costituiti dal trasporto di merce e prodotti da un luogo all’altro nei/entro i tempi previsti, nel modo più efficiente possibile e al minor costo possibile, dalla gestione dei processi di scambio dei dati e informazioni relative al trasporto. In aggiunta, essi risultano costituiti anche da alcune prestazioni tipiche del trasporto dei beni.

I contratti di trasporto e spedizione

Per contratto di spedizione si intende un particolare tipo di mandato, attraverso il quale colui che spedisce fisicamente l’oggetto (denominato spedizioniere), assume l’obbligo di concludere per conto del mandante, e di spese proprie, un contratto di trasporto con chi svolge il lavoro di corriere.

  • Questo prevede anche il compimento di tutta una serie di operazioni accessorie al fine della spedizione tramite corriere.
  • Col contratto di trasporto, invece,  si formalizza l’obbligo di un vettore ad eseguire il trasporto con i propri mezzi, o in alternativa con mezzi di altri vettori, assumendosi in proprio i rischi dell’esecuzione.
  • In particolare, con tale tipo di contratto, il vettore si obbliga, verso corrispettivo, a trasferire persone o cose da un luogo a un altro, per via terra, mare o aria. Il contratto, come detto,  rientra nel novero dei contratti di prestazione di servizi e, in particolare, si inserisce nella fattispecie negoziale della locatio operis.
  • Distinguiamo il trasporto di persone (artt. 1681-1682 c.c.), esso può essere a titolo oneroso o gratuito, a seconda che sia richiesta, o meno, la corresponsione di denaro a fronte dell’obbligo di trasporto, ovvero amichevole (o di cortesia), laddove manchi l’obbligazione; dal trasporto di cose (artt. 1683-1702 c.c.) il contratto è concluso tra vettore e mittente. Il primo, ricevuto in consegna il bene materiale, è obbligato ad eseguire il trasporto in ossequio a modalità e termini del contratto ovvero, in assenza, secondo la legge e gli usi, nonché a custodire le cose da trasportare o a riconsegnare le cose presso il luogo di destinazione, rispettando quanto indicato dal mittente.
  • Sebbene possano apparire simili, contratto di spedizione e trasporto hanno una differenza peculiare a livello di legge e legislatura, ovvero nel secondo il vettore si impegna a eseguire il trasporto con mezzi propri, assumendosi gli eventuali rischi.

Nel contratto di spedizione, invece, si obbliga a concludere il trasporto facendo intervenire altri soggetti.

Per trasporto internazionale di beni s’intende l’attività di trasferimento di merci con mezzi di trasporto (nave, aereo, rotaia, gomma, misto in container), il cui punto di partenza e quello di arrivo sono situati in Paesi differenti, anche quando l’esecuzione completa del relativo trasporto richieda di effettuare trasbordi o varie soste delle merci trasportate.

A tal fine l’art. 3 del Modello OCSE contro le doppie imposizioni ha fornito la seguente definizione: “Per trasporto internazionale si intende il trasporto effettuato, nel traffico internazionale, a mezzo nave od aeromobile da parte di un’impresa la cui sede di direzione effettiva è situata in uno Stato contraente. Gli utili così generati sono tassati esclusivamente nello Stato di ubicazione della sede di direzione effettiva dell’impresa, sì da evitare ogni possibile doppia imposizione in capo alla società operante nel traffico internazionale.

A ciò si aggiunga come l’art. 9 d.P.R. n. 633 del 26.10.72 stabilisce che sono considerati servizi internazionali o connessi con gli scambi internazionali, non imponibili IVA:

  •  i trasporti di beni in esportazione, in transito o in temporanea importazione, nonché i trasporti di beni in importazione definitiva i cui corrispettivi siano inclusi nella base imponibile (della bolletta doganale),
  • i servizi di spedizione relativi ai trasporti di beni in esportazione, in transito o in temporanea importazione, nonché ai trasporti di beni in importazione sempreché i corrispettivi dei servizi di spedizione siano inclusi nella base imponibile (bolletta doganale).

Notiamo, infine come la documentazione che testimonia il rapporto relativo al trasporto internazionale
dei beni è rappresentata da:

  1. contratti sottoscritti dalle parti interessate,
  2. lettera di vettura (art. 1691 c.c.) o ricevuta di carico all’ordine (art. 1684 c.c.) rilasciata dal vettore al
    mittente

 

Contratti di Distribuzione in Francia: Le tipologie

Contratto di Approvvigionamento Esclusivo

  • Un contratto di fornitura esclusiva è un contratto con il quale un rivenditore si impegna nei confronti di un fornitore ad acquistare alcuni prodotti specifici solo da quest’ultimo, a volte anche per una determinata quantità, in cambio di vantaggi di prezzo e assistenza alla rivendita in varie forme.
  • Tuttavia, il fornitore rimane libero di rifornire altri rivenditori nella stessa area di vendita e allo stesso livello di distribuzione.
  • Questo permette al fornitore di garantire canali di distribuzione affidabili e sostenibili, soprattutto nel settore della vendita al dettaglio.
Nota: In generale, un contratto di fornitura esclusiva è allegato ad altre forme di contratto di distribuzione.

Contratto di Concessione (distribuzione) Esclusiva

  1. Parti: il contratto è concluso tra un fornitore chiamato concedente e un rivenditore chiamato concessionario.
  2. Oggetto: In base a questo contratto di distribuzione a tempo limitato, il concedente si impegna a fornire i propri prodotti esclusivamente, in un territorio delimitato e per un determinato periodo, al proprio concessionario. Viceversa, il concessionario si impegna ad approvvigionarsi esclusivamente dal fornitore.

La particolarità del contratto di concessione in esclusiva risiede nella reciproca esclusività:

  • Esclusività della fornitura territoriale lato concedente, che consente di concedere un monopolio di rivendita al concessionario nel territorio ad esso riservato, comportando così il riconoscimento di una zona protetta.
  • Esclusività della fornitura da parte del concessionario che rimane comunque un commerciante indipendente.

Obbligo di consegna:

In questo caso si applica la legge generale sulle vendite, per cui è richiesto al concedente di consegnare i prodotti oggetto del contratto nei termini concordati.

Parimenti, il concedente deve garantire il concessionario contro lo sfratto e contro i vizi occulti.

  • Obbligo di rispettare e far rispettare l’area geografica esclusivamente riservata al concessionario.
  • Obbligo di conformità: il concedente è tenuto a rispettare l’esclusività concessa al proprio concessionario che implica l’obbligo di fornire prodotti conformi in quantità e qualità.
  • Obbligo di assistenza tecnica, commerciale ed eventualmente finanziaria.
  • Obbligo di consulenza e assistenza del concedente.
  • Garanzia contrattuale su tutta la rete: permette al cliente di poter rivolgersi a tutta la rete di concessionari per ottenere la riparazione dei prodotti.
  • Obbligo di mettere a disposizione il marchio: il concedente deve conferire al proprio licenziatario, l’uso del proprio marchio (senza assumere la forma di un contratto di licenza).
  • Obbligo di creare uno stile di vendita con la pubblicità – sviluppo di una strategia pubblicitaria comune a tutta la rete.
  • Obbligo di rispettare l’esclusività: divieto di rivendere per proprio conto un prodotto simile a quello oggetto del contratto, di ottenere forniture da terzi e di non rispettare l’area geografica delimitata.
  • Obbligo di costituire uno stock dei prodotti oggetto del contratto.
  • Obbligo di fissare liberamente un prezzo di rivendita per i prodotti.
  • Obbligo di rispettare l’eventuale clausola oggettiva (prestazione) che può assumere la forma di clausole di quota, minimo e coefficiente di penetrazione.
  • Obbligo di non rivelare informazioni relative al concedente o sulla rete di distribuzione
    di cui fa parte.

Contratto di Distribuzione Selettiva

Dal regolamento n° 330/2010 del 20 aprile 2010 risulta che il contratto di distribuzione selettiva è “il contratto con il quale il fornitore si impegna a vendere i beni o servizi, direttamente o indirettamente, solo a distributori selezionati sulla base di criteri [qualitativi] definiti, e in cui tali distributori si impegnano a non non vendere questi beni o servizi a distributori non autorizzati”.

Distinzione da altri contratti di distribuzione:

Selezione qualitativa:

  • Il fornitore della rete di distribuzione determina un certo numero di condizioni di selezione qualitativa, che designano astrattamente i distributori in grado di commercializzare i suoi prodotti.
  • A un certo numero di condizioni e secondo una determinata soglia, il diritto dell’Unione europea riconosce la liceità della selezione quantitativa (con un numero chiuso) che limita il numero di rivenditori indipendentemente dal campo della distribuzione.
  • Il contratto non prevede alcuna esclusiva, né territoriale né di fornitura ed il distributore può ottenere forniture dai concorrenti.
    • Rispetto al contratto di franchising: il contratto di distribuzione selettiva non propone di riprodurre il modello di business del fornitore.
  • In generale, il contratto di distribuzione selettiva è usato per prodotti di lusso o di alta tecnologia.
  • Il marchio non viene trasferito.
    • Rispetto al contratto di concessione: il contratto di distribuzione selettiva non include l’esclusività. Tuttavia, il requisito qualitativo comporta necessariamente una selezione quantitativa.

In pratica, si aggiunge un numerus clausus alla lista di criteri qualitativi.

Contratti di distribuzione in Francia

I contratti di distribuzione per attività in Francia

Il contratto di distribuzione è il nome generico utilizzato per raggruppare i vari contratti che regolano l’organizzazione dell’acquisto e della rivendita di prodotti industriali e commerciali.
Questi contratti, che sono regolati dal diritto della distribuzione e della concorrenza, regolano le reti di distribuzione verticale che possono essere classificate come “concessioni” e spesso prendono la forma di un contratto quadro e di contratti di attuazione.

Le tipologie

  • Contratto di franchising;
  • Contratto di fornitura esclusiva;
  • Contratto di distribuzione esclusiva;
  • Contratto di distribuzione selettiva.

Il diritto della concorrenza esige che la scelta dei distributori sia fatta sulla base di criteri oggettivi di natura qualitativa, criteri che sono fissati uniformemente per tutti, resi noti a tutti i potenziali commercianti e il cui contenuto preciso deve essere verificabile.[/vc_column_text][divider line_type=”No Line” custom_height=”30″][vc_column_text]

Questi criteri riguardano in particolare:

  • La professione e la competenza del distributore e del suo personale;
  • Le strutture del distributore e l’ubicazione e la presentazione dei suoi negozi;
  • Il prodotto oggetto del contratto;
  • La forza finanziaria del distributore;
  • L’obbligo di raggiungere un certo fatturato annuo.
Tutto questo è regolato dal principio di non discriminazione.

Le obbligazioni del fornitore:

  • Garantire la tenuta della rete, selezionando i punti vendita speciali per garantire la distribuzione secondo i suoi criteri di qualità;
  • Garantire la consegna;
  • Pubblicizzare i suoi prodotti.

Le obbligazioni del distributore:

  • Fare tutto il possibile per garantire l’efficacia del contratto.
  • Prima della vendita, il distributore è tenuto a consigliare effettivamente il cliente.
  • Dopo la vendita, il distributore deve fornire il servizio di garanzia e manutenzione, che richiede la presenza di personale competente, la costituzione di un magazzino e di un idoneo impianto.
Il fornitore e il distributore assicurano la protezione della rete di vendita contro i concorrenti.
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