Archivio per mese: Giugno, 2023

Il diritto antitrust – Origini e significato

Significato di “diritto antitrust”

Il diritto antitrust ha il duplice scopo di garantire i diritti del cittadino-consumatore, e la libera concorrenza delle imprese.

  1. Esso muove dall’idea che il processo concorrenziale porti benefici ai consumatori, favorendo la diffusione di prodotti migliori a costi più contenuti e consentendo al tempo stesso un’efficiente allocazione delle risorse produttive.
  2. Il fine ultimo delle normative antitrust è quello di sostenere un’economia di mercato libera, in modo da garantire una forte concorrenza che conduca ad una distribuzione più efficiente di merci e servizi, a prezzi più bassi, ad una migliore qualità ed al massimo dell’innovazione.

Le origini del diritto antitrust sono anglo-americane.

Introdotte per la prima volta in Canada, con l’approvazione nel 1889 delle leggi contro gli accordi restrittivi della concorrenza, le origini del diritto antitrust vengono comunemente fatte risalire allo Sherman Antitrust Act, la prima legge antitrust, emanata dal Congresso degli Stati Uniti concretamente applicata nel 1911 contro l’impero petrolifero creato dal magnate John Davidson Rockefeller e contro l’American Tobacco Company.

La tradizione antitrust americana ha influenzato profondamente l’Europa.

Nel secondo dopoguerra furono varate legislazioni antimonopolistiche nei principali paesi industrializzati.

  • Un considerevole sviluppo si manifestò nell’Europa comunitaria grazie al pensiero dei padri fondatori delle Comunità europee, per i quali un ordinamento economico e sociale democratico si fondava su un sistema di mercato concorrenziale.
  • Fu così che nel Trattato di Roma del 1957 furono disciplinate le fattispecie delle intese restrittive e dell’abuso di posizione dominante (ex artt. 101 e seguenti del Trattato nella numerazione attuale post-Trattato di Lisbona) e, successivamente, con Regolamento n. 4064/89 del Consiglio del 21 dicembre 1989, le concentrazioni.
  • In Italia nel 1990 fu approvata la legge 10 ottobre 1990, n. 287, recante “Norme per la tutela della concorrenza e del mercato”.

La legge introduce due fondamentali forme di violazione:

  1. l’abuso di posizione dominante
  2. l’intesa restrittiva della concorrenza.

Il complesso normativo, detto anche Diritto antitrust o Diritto della concorrenza, esercita una tutela di carattere generale al bene primario della concorrenza inteso quale meccanismo concorrenziale, impedendo che le imprese, singolarmente o congiuntamente, pregiudichino la regolare competizione economica adottando condotte che integrano intese restrittive della concorrenza, abusi di posizione dominante e concentrazioni idonee a creare o rafforzare una posizione di monopolio.

In secondo luogo, per estensione, viene definito “antitrust” anche l’organo o autorità che vigila sull’osservanza e il rispetto di tali norme, che in Italia prende il nome di Autorità garante della concorrenza e del mercato (AGCM).

Le norme Antitrust rappresentano quindi la risposta dei moderni ordinamenti giuridici all’eccesso di poteri di mercato e alle distorsioni ad esso arrecate da accordi fra produttori.

Affiliazione commerciale (franchising): quando è da escludersi l’abuso di posizione dominante

Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere si è recentemente pronunciato su un caso di abuso di posizione dominante relativamente ad un contratto di affiliazione commerciale (c.d. franchising), con sent., 03/02/2023, n. 462.

Il pronunciamento del Tribunale

Prendendo le mosse da un caso che vedeva un centro distributivo di prodotti campani che nel 2019 aveva ottenuto dal Tribunale di Santa Maria Capua Vetere un decreto ingiuntivo di condanna al pagamento di più di 200.000,00 euro per merce rimasta non pagata nei confronti di una società che gestiva un supermercato campano, il Tribunale si pronuncia in generale sulla configurabilità dell’abuso di posizione dominante.

Nel merito, l’ingiunto proponeva la responsabilità dell’opposto dovuta all’abuso perpetrato in danno della prima anche ai sensi dell’art. 2497 c.c. e ss., chiedendo, inoltre, il risarcimento del danno conseguentemente patito. La convenuta si costituiva in giudizio eccependo quanto contestatole.

Il Tribunale di Santa Maria Capua Vetere giudicava l’opposizione infondata.

Con riferimento, per quanto di odierno interesse, alle giustificazioni che erano state addotte dall’opponente in relazione al proprio inadempimento, le relative contestazioni – ossia la pretesa illegittimità del credito, poiché derivante da comportamenti configuranti abuso della propria posizione dominante – sono state giudicate come prive di fondamento.

E ciò in base alle seguenti ragioni:

  1. il giudice ha rilevato “come tutti i contratti sottoscritti dagli opponenti, nei quali erano ben esplicitate le formule commerciali e le obbligazioni reciproche, sono stati da questi accettati (e successivamente anche rinnovati), pertanto risultavano il frutto di scelte imprenditoriali dei contraenti e non imposti dalla società opposta”.

In aggiunta, lo stesso giudice ha specificato come, il rapporto di affiliazione non risultava caratterizzato da condotte rilevanti un abuso di posizione dominante, come inteso dalla L. 18 giugno 1998, n. 192, art. 9, secondo il quale p considerata “dipendenza economica la situazione in cui una impresa sia in grado di determinare nei rapporti commerciali con un’altra impresa un eccessivo squilibrio di diritti e di obblighi”.

La Corte, seguendo un ragionamento già intrapreso dalla corte di cassazione con sentenza del 21/01/2020, n. 1184, ha confermato come “nell’applicazione della norma di abuso di dipendenza economica, di cui all’ art. 9 della Legge n. 192 del 1998, è necessario: “1) quanto alla sussistenza della situazione di “dipendenza economica”, indagare se lo squilibrio dei diritti e degli obblighi delle parti sia “eccessivo”, essendo il contraente che lo subisce privo di reali alternative economiche sul mercato (p. es., perché impossibilitato a differenziare agevolmente la propria attività o per avere adeguato l’organizzazione e gli investimenti in vista di quel rapporto); 

quanto all’”abuso”, indagare la condotta arbitraria contraria a buona fede, ovvero l’intenzionalità di una vessazione perpetrata sull’altra impresa, in vista di fini esulanti dalla lecita iniziativa commerciale retta da un apprezzabile interesse dell’impresa dominante (quale, p. es., modificare le proprie strategie di espansione, adattare il tipo o la quantità di prodotto, o anche spuntare migliori condizioni), mirando la condotta soltanto ad appropriarsi del margine di profitto altrui.”

Considerazioni e conclusioni

Il Tribunale, pertanto, ha rilevato come nel caso in questione, tutte le osservazioni mosse dall’opponente risultassero troppo generiche ed inidonee a circostanziare sul piano probatorio il fatto, ossia la situazione di dipendenza economica rispetto all’affiliante, escludendo la ricorrenza di una posizione dominante, appunto.

Il giudice ha, inoltre, richiamato una pronuncia di merito del Tribunale di Torino (sentenza n. 2414/2017), ribadendo come la domanda risarcitoria fondata sull’abuso di posizione dominante non sia fondata, in particolare

quando l’affiliante non sia l’unico soggetto che gestisca una catena in franchising di articoli oggetto del contratto di franchising e la società affiliata abbia quindi ampie possibilità di reperire alternative soddisfacenti sul mercato”, aggiungendo che “Le limitazioni commerciali previste da un contratto di franchising non integrano di per sé un abuso di posizione dominante, che comunque non può ritenersi immanente alla qualifica di franchisor, ma deve essere dimostrata essendo tali limitazioni infatti normalmente compensate dai vantaggi derivanti dal rapporto di affiliazione sotto il profilo dell’immagine più strettamente legata a quella del produttore, della fruizione delle metodologie di vendita e della preparazione tecnica del personale, del maggior assortimento e della più pronta disponibilità della merce”.

Incoterms e il problema della competenza giurisdizionale: efficacia vincolante al richiamo agli Incoterms

Le sezioni unite della Corte di cassazione, con ordinanza n. 11346/2023, mutando il proprio precedente orientamento, hanno attribuito valenza probatoria alle clausole “Ex Works” (“EXW”), elaborate dalla Camera di commercio internazionale, per individuare il luogo di consegna e, quindi, per stabilire la competenza giurisdizionale nelle controversie intra-europee relative alla compravendita internazionale di beni mobili, a norma del regolamento n. 1215/2012, sulla competenza giurisdizionale, il riconoscimento e l’esecuzione delle decisioni (“Bruxelles I bis”).

Quindi, in caso di compravendita internazionale di merci, gli Incoterms richiamati dalle parti possono essere sufficienti per individuare il luogo di consegna della merce anche ai fini della determinazione del Giudice competente ex Reg. Bruxelles I-bis.

Il caso è, per sintetizzare, il seguente:

Da una parte un venditore italiano e dall’altro un compratore straniero, senza contratto di compravendita ad hoc (come neppure condizioni generali di vendita o acquisto). Il contratto si perfeziona mediante lo scambio di ordine e conferma d’ordine; la merce viene consegnata, viene emessa la fattura ma non viene pagato il prezzo.

Ci si chiede, quindi, quale sia il Giudice competente, in mancanza di sua individuazione.

Ai sensi dell’art. l’art. 7, par. 1, lett. a) e lett. b), primo trattino, del Bruxelles I bis:

una persona domiciliata in uno Stato membro dell’UE può essere convenuta

Quindi, la Suprema corte si è trovata a dover rispondere alla seguente domanda: È possibile desumere dalla semplice pattuizione di un termine di resa il luogo, situato in uno Stato membro, in cui i beni sono stati o avrebbero dovuto essere consegnati in base al contratto”?

Prendendo spunto dalla pronuncia Electrosteel della Corte di giustizia europea – la Suprema Corte è giunta alla conclusione che, per determinare se vi è stata una pattuizione contrattuale sul luogo di consegna della merce, il Giudice del merito deve prendere in esame anche il semplice richiamo agli Incoterms.

Nel caso sottoposto al vaglio, infatti, sia nelle fatture emesse dalla società venditrice, sia negli ordini provenienti dalla società acquirente compariva la dicitura “EXW Italy”.

Pertanto, la Corte Suprema attribuisce efficacia vincolante al richiamo agli Incoterms.

Il contratto di trasporto secondo la normativa italiana

 «Il contratto di trasporto, che è un contratto di risultato, è configurabile allorquando il vettore assume da solo, nei confronti del mittente, gli obblighi e la responsabilità dell’adempimento, mentre non rileva che per l’esecuzione della sua prestazione si avvalga dell’opera di altri soggetti, concludendo con costoro contratti di sub-trasporto» (Cass. 28 gennaio 2005, n. 13905).

  • È un contratto consensuale stipulato tra mittente e vettore, col quale quest’ultimo si impegna a trasportare le cose da un posto ad un altro; il destinatario della merce può esser tanto il mittente quanto una persona diversa; in quest’ultimo caso la dottrina vi ravvisa un contratto a favore del terzo.
  • Il terzo acquista il diritto derivante dal contratto al momento in cui le cose arrivano a destinazione o è scaduto il termine per il loro arrivo e costui ne chieda la consegna al vettore.
  • Fino a tale momento il titolare del diritto è il mittente, che può anche avvalersi del cosiddetto contrordine previsto dall’articolo 1685.

Il settore del trasporto, con particolare riferimento a quello su strada, per la non obbligatorietà della forma scritta dei rapporti, è da sempre caratterizzato da una libertà di forma e da una diffidenza verso la contrattualizzazione.

Tale circostanza può creare non pochi problemi: si tratta di un retaggio di una realtà spesso superata, ma che ancora vede rapporti che proseguono per accordi telefonici, tramite semplici incarichi via mail, privi di un vero e proprio corpo giuridico che tuttavia in molti casi può rappresentare un elemento indispensabile sia per la committenza.

Fonti

Le principali fonti del diritto (nazionale e internazionale) si occupano di precisare gli elementi e i contenuti dei singoli documenti di viaggio che devono accompagnare la merce e che disciplinano il c.d. “contratto spot”, ma molto difficilmente regolamentano veri e propri aspetti contrattuali e negoziali, che lasciano sia per quanto concerne i contenuti che per quanto riguarda la forma alle parti.

  1. L’art 1683 del codice civile italiano, dispone come – (INDICAZIONI E DOCUMENTI CHE DEVONO ESSERE FORNITI AL VETTORE) Il mittente deve indicare con esattezza al vettore il nome del destinatario e il luogo di destinazione, la natura, il peso, la quantità e il numero delle cose da trasportare e gli altri estremi necessari per eseguire il trasporto. Se per l’esecuzione del trasporto occorrono particolari documenti, il mittente deve rimetterli al vettore all’atto in cui consegna le cose da trasportare. Sono a carico del mittente i danni che derivano dall’omissione o dall’inesattezza delle indicazioni o dalla mancata consegna o irregolarità dei documenti
  2. L’Art. 1684 – (LETTERA DI VETTURA E RICEVUTA DI CARICO), dispone, invece, come  Su richiesta del vettore, il mittente deve rilasciare una lettera di vettura con la propria sottoscrizione, contenente le indicazioni enunciate nell’articolo precedente e le condizioni convenute per il trasporto.

Su richiesta del mittente, il vettore deve rilasciare un duplicato della lettera di vettura con la propria sottoscrizione o, se non gli è stata rilasciata lettera di vettura, una ricevuta di carico, con le stesse indicazioni. Salvo contrarie disposizioni di legge, il duplicato della lettera di vettura e la ricevuta di carico possono essere rilasciate con la clausola «all’ordine».

Nella quotidianità dei rapporti di trasporto, la lettera di vettura così come identificata dal codice civile è in realtà sostituita da tempo da diversi ulteriori documenti accompagnatori delle merci, in primis: D.D.T. (in precedenza «bolla di accompagnamento) E.T.D. (Electronic Transport Document) Documenti doganali (DAS – DAA) Documento di cabotaggio Documenti accompagnatori di prodotto soggetto ad accisa XAB […]

Obblighi del mittente

Obbligo fondamentale del mittente è – oltre quello di fornire al vettore tutte le istruzioni necessarie e le indicazioni sul carico – quello di pagare il corrispettivo.

Il corrispettivo può anche essere a carico del destinatario, nel qual caso costui non può esercitare i diritti che gli derivano dal contratto se non ha pagato quanto previsto (articolo 1689 comma 2). Il vettore che omette di farsi pagare dal destinatario non può più rivolgersi al mittente.

Obblighi del vettore

Obbligazione fondamentale del vettore è quella di eseguire il trasporto con la diligenza del buon padre di famiglia e secondo le modalità convenute. Deve consegnare la merce, dando prontamente avviso al mittente dell’arrivo (articolo 1687). È tenuto inoltre a tenere in custodia la cosa fino alla consegna e a chiedere istruzioni al mittente in caso di impedimenti o ritardi (articoli 1686 e 1690). In mancanza di istruzioni, o se queste sono inattuabili, può effettuarsi il deposito delle cose a norma dell’articolo 1514 oppure si può procedere alla vendita se queste sono deperibili.

Il vettore inoltre può riscuotere il prezzo della merce consegnata per conto del mittente (articolo 1692).

La responsabilità del vettore

Il vettore risponde per la mancata esecuzione o il ritardo nel trasporto secondo la regola generale in tema di inadempimento (articolo 1218).

Il codice ha poi disposto una disciplina specifica per la custodia delle cose trasportate (detta responsabilità ex recepto): “Il vettore è responsabile della perdita e dell’avaria delle cose consegnategli per il trasporto, dal momento in cui le riceve al momento in cui le consegna al destinatario”.

Costui può essere esentato da responsabilità solo nei seguenti casi:

  • se il danno è derivato da caso fortuito; in linea di massima non costituisce caso fortuito il furto (Cass. 7533/2009), mentre può costituirlo – a seconda delle circostanze di tempo e luogo – la rapina.
  • se il danno deriva dalla natura o dai vizi delle cose o dal loro imballaggio;
  • se il danno deriva da fatto del destinatario o del mittente.

Temperamento della responsabilità

Il regime di responsabilità è comunque temperato:

  • dalla validità di clausole che riconoscono presunzioni di fortuito (articolo 1694); si tratta di clausole che invertono l’onere della prova; in altre parole se si verifica un danno non spetterà al vettore dimostrare che il danno è dipeso da caso fortuito, ma spetterà al mittente provare che è dipeso da fatto del vettore;
  • dalla presunzione (iuris tantum) di calo naturale di peso per le merci che sono soggette a perdite di peso (articolo 1695);
  • (per i soli trasporti su strada) dalla previsione di un limite massimo all’ammontare del danno risarcibile, pari a 1 euro per ogni chilo di peso lordo della merce per i trasporti nazionali; per i trasporti internazionali invece vale l’articolo 23 comma 3 della Convenzione internazionale per il trasporto stradale di merci.

Se il destinatario accetta la merce senza riserve il vettore non risponde dei danni, salvo il caso di dolo o colpa grave, o salvo che perdita e avaria non fossero riconoscibili al momento della consegna. In quest’ultimo caso il danno deve essere denunciato entro otto giorni a pena di decadenza (articolo 1698).

My Agile Privacy
Questo sito utilizza cookie tecnici e di profilazione. Cliccando su accetta si autorizzano tutti i cookie di profilazione. Cliccando su rifiuta o la X si rifiutano tutti i cookie di profilazione. Cliccando su personalizza è possibile selezionare quali cookie di profilazione attivare.