Archivio per anno: 2019

La risoluzione per eccessiva onerosità nell’ordinamento francese

Il 20 aprile 2018 si è concluso l’iter legislativo, così come delineato all’art. 38 della Costituzione, relativo alla réforme du droit des contrats: il Parlamento francese ha ratificato l’ordonnance governativa n° 2016-131 del 10 febbraio 2016 entrata in vigore il 1° ottobre 2016. Precedentemente autorizzato dalla loi d’habilitation n°2015-177, questo provvedimento apporta numerose modifiche in tema di diritto dei contratti così come disciplinato nell’attuale Codice Napoleonico.
Novità di primaria importanza è la codificazione, all’art. 1195, della c.d. “théorie de l’imprévision”, corrispondente nell’ordinamento italiano alla risoluzione del contratto per eccessiva onerosità sopravvenuta ex art. 1497 del codice civile.

La Francia si è in tal modo uniformata alla maggior parte delle legislazioni europee.
Prima della riforma del Codice civile la giurisprudenza di legittimità seguiva un orientamento molto risalente nel tempo, addirittura al 1876, elaborato in occasione di un arrêt sulla nota affaire du canal de Craponne. In tale occasione la Corte di Cassazione sancì il principio di intangibilità del contratto nel diritto privato, già previsto dall’allora art. 1134. Valorizzando la volontà originaria dei contraenti si impediva al giudice di intervenire per modificare il contenuto dei contratti allorché una delle obbligazioni diventasse sensibilmente più costosa per uno di essi.

La riforma, invece, regola l’ipotesi di un “cambiamento imprevedibile di circostanze”, naturalmente successive alla conclusione del contratto, che rendano eccessivamente onerosa l’esecuzione del contratto a carico di un contraente. La parte che risulti svantaggiata, in virtù di questa nuova disciplina, può domandare di rinegoziare termini contrattuali al co-contractant; se la negoziazione fallisce o qualora controparte rifiuti di negoziare, di comune accordo, possono rivolgersi al giudice affinché decida sulla sorte del contratto. In via sussidiaria, l’autorità giudiziaria può essere adita su istanza della sola parte onerata nel caso le trattative si siano protratte oltre una durata ragionevole.

In attesa che la giurisprudenza venga chiamata ad esprimersi sul tema permangono alcuni interrogativi suscitati dalla mancanza di indicazioni circa i parametri che il giudice deve seguire per decidere lo scioglimento o l’adeguamento contrattuale. L’art. 1195, infatti, si limita a stabilire che sia il giudice a fissarne la data e le condizioni.

Per concludere, il nuovo meccanismo di cui all’art. 1195 del codice civile non ha carattere imperativo bensì dispositivo in quanto le parti possono scegliere, nella fase di gestazione del contratto, di escludere l’operatività della norma. A ciò si ricollega il terzo presupposto applicativo della disciplina dell’imprévision che comporta, appunto, che la parte non abbia accettato di assumersi eventuali e futuri rischi contrattuali.

Il diritto all’indennità dell’agente commerciale

La Corte di Giustizia dell’Unione Europea, il 19 aprile 2018, ha riconosciuto il diritto all’indennità di risoluzione del contratto in capo all’agente qualora la cessione del contratto abbia avuto luogo durante il periodo di prova. La decisione pregiudiziale, pronunciata nella causa C-645/16, a seguito di un rinvio della Corte di Cassazione francese ex art. 267 TFUE, concerneva l’art. 17 della direttiva 86/653/CEE relativa alla protezione degli agenti commerciali.

Attraverso la sua domanda, la giurisdizione di rinvio ha chiesto un chiarimento sull’interpretazione dell’art. 17, ovvero se le indennità e i risarcimenti previsti da questa norma, in caso di cessazione del contratto di agenzia, siano applicabili anche quando la cessazione intervenga durante il periodo di prova.

Tale indennità è disciplinata dall’art. L. 134-12 del Codice del Commercio francese che, tuttavia, non contiene disposizioni particolari sul periodo di prova.

Il giudice a quo, nel caso di specie, ha sottolineato come la camera commerciale, finanziaria ed economica della Corte di Cassazione avesse in precedenza negato il diritto all’indennità quando la rottura fosse intervenuta nel corso del periodo di prova poiché durante tale periodo il contratto di agenzia commerciale non poteva essere considerato ancora come definitivamente concluso. In secondo luogo, ha evidenziato che la direttiva non fa alcun riferimento a un eventuale periodo di prova. Infine, ha sottolineato che la ratio della medesima è la protezione dell’agente commerciale.

Poiché il pagamento dell’indennità o il risarcimento del pregiudizio, di cui all’art. 17, sono subordinati alla rottura del contratto tra il committente e l’agente per ragioni non imputabili a quest’ultimo, la CGUE spiega, che l’indennità di risoluzione del contratto deve essere riconosciuta in capo all’agente giacché il contratto in questione esiste indipendentemente dal periodo di prova.

Tenuto conto della natura imperativa della direttiva, l’indennità non può dipendere dalla stipulazione di un periodo di prova nel contratto. Inoltre, l’art. 18, che enumera i casi nei quali l’indennità o il risarcimento non sono dovuti, non include l’ipotesi di un periodo di prova; sempre allo scopo di argomentare la sua decisione, la Corte ricorda che la direttiva deve essere interpretata nel senso di proteggere l’agente nel suo rapporto con il committente.

Si tratta, pertanto, di una sentenza che rinforza la protezione dell’agente nelle sue relazioni commerciali all’interno dell’Unione europea.

Operazione Banco Fresco

Il Gruppo Prosol, con l’apertura del primo punto vendita a Beinasco, entra nel mercato della Gdo italiana con il marchio Banco Fresco.

Sinergicamente, lo studio MMSLEX, con Luca Membretti, e lo studio Bc&, con Franco Battaglia, operativi sul mercato cross border italo-francese, dopo aver disegnato l’architettura di impresa e definito la costituzione dei veicoli dedicati, si sono occupati delle tematiche e dinamiche di carattere legale-societario e di carattere fiscale prodromiche l’apertura del primo punto vendita e la nascita di Banco Fresco.

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I ruolo degli INCOTERMS 2010 nella determinazione del giudice competente

È notorio che l’individuazione del giudice competente rappresenta nelle controversie “transfrontaliere” un passaggio imprescindibile e – sovente – assolutamente dirimente per le sorti del giudizio.
Interessante, ai fini della presente disamina è comprendere il rapporto sussistente tra quanto statuito in materia dal Legislatore europeo, il quale, con Regolamento n. 1215/2012 (in riforma del precedente Regolamento n. 44/2001), è intervenuto proprio sul tema della competenza giurisdizionale, e i cd. Incoterms 2010, codificati dalla Camera di Commercio Internazionale (ICC).
Tali disposizioni, invero, possono concorrere nella determinazione del giudice competente, ma solo a determinate condizioni, di cui a breve.

Ma procediamo con ordine.
La prima indicazione sul punto, proviene, si diceva, dalla normativa europea, la quale, affianco al consueto criterio del “domicilio del convenuto” (di cui all’art. 4, par. 1, Reg. 1215/2012: “A norma del presente regolamento, le persone domiciliate nel territorio di un determinato Stato membro sono convenute, a prescindere dalla loro cittadinanza, davanti alle autorità giurisdizionali di tale Stato membro”), ammette la possibilità che l’attore – laddove la controparte sia domiciliata in uno Stato membro diverso da quello di appartenenza – incardini la procedura “davanti all’autorità giurisdizionale del luogo di esecuzione dell’obbligazione dedotta in giudizio” che, in ipotesi di compravendita di beni, consiste nel “luogo, situato in uno Stato membro, in cui i beni sono stati o avrebbero dovuto essere consegnati in base al contratto” (cfr. art. 7, par. 1, lett. a) e b), Reg. 1215/2012).
Parafrasando, il Legislatore comunitario non ha fatto altro se non concedere ad un soggetto – che sia spinto dalla necessità di difendere i propri diritti – la possibilità di adire, non necessariamente, il Giudice dello Stato membro ove la controparte è domiciliata, ma quello del “luogo di consegna” delle merci oggetto di contratto dedotto (rectius, da dedursi) in giudizio.
Proprio in punto di corretta determinazione del “luogo di consegna”, l’ambito di applicazione della norma europea può parzialmente sovrapporsi a quello degli Incoterms 2010.
Ed invero, questi ultimi rappresentano la codificazione delle regole commerciali comunemente utilizzate nelle compravendite di beni mobili – internazionali e non – al fine di disciplinare in maniera chiara ed inequivocabile la ripartizione di responsabilità, costi e rischi della consegna delle merci, fra venditore e compratore, ripartizione che, appunto, avviene al “momento della consegna”.
Per fare un esempio, l’Incoterms 2010 conosciuto con il nome di “Ex Works” o “EXW” stabilisce che il venditore “consegna” – ossia adempie alla propria obbligazione contrattuale – semplicemente mettendo a disposizione la merce oggetto dell’accordo presso i propri locali, essendo, al contrario, a carico dell’acquirente il trasporto ed i relativi costi. Nel momento in cui, in altri termini, il venditore rende disponibili i beni al compratore presso la propria sede, si libera di ogni responsabilità e onere in relazione alle successive vicende – in primis, di trasporto – e, pertanto, “consegna”.
Ben si comprendere, allora, laddove nell’accordo sia prevista la clausola di cui sopra, il “luogo … in cui i beni sono stati … consegnati in base al contratto”, ai sensi dell’art. 7, par. 1, lett. a) e b), Reg. 1215/2012, sarà quello dove ha la sede il venditore.
Posto, allora, che, da un lato, la normativa europea indica come criterio (“speciale”) per l’individuazione del giudice competente il luogo “in cui i beni sono stati o avrebbero dovuto essere consegnati in base al contratto” (cfr. art. 7, par. 1, lett. a) e b), Reg. 1215/2012), e, dall’altro lato, la regola Incoterms 2010 mirano ad indentificare con precisione il luogo ed il momento della “consegna”, si potrebbe dedurre che, ogni qual volta sia previsto in un contratto di compravendita un Incoterms, la giurisdizione spetterà automaticamente allo Stato membro identificato da quest’ultimo.

Ma così non è, e proprio di qui la rilevanza della presente disamina.
Ed invero, sia la giurisprudenza della corte di Giustizia dell’Unione Europea, in primis, che i giudici nazionali – non da meno le Sezioni Unite italiane – si sono dimostrati particolarmente reticenti nel considerare l’inserimento di una delle regole di cui agli Incoterms 2010 alla stregua una pattuizione sempre e comunque idonea a determinare il giudice compente, ai sensi dell’art. 7, par. 1, lett. a) e b), Reg. 1215/2012.
Quel che, di fatto, la giurisprudenza di cui si parla ha voluto e vuole evitare è che le imprese produttrici di beni destinati al commercio internazionale, mediante la semplice apposizione di una delle clausole di cui agli Incoterms 2010 – magari anche su documenti meramente commerciali – si assicurino la certezza che le controversie derivanti dal contratto vengano trattate esclusivamente dalle Corti del proprio Paese (nel caso, riprendendo il precedente esempio, della regola “EXW”), aggirando, di fatto, la necessità che la controparte sottoscriva o acconsenta espressamente ad una clausola derogatoria della giurisdizione (come previsto, invece, dall’art. 1341, comma II, c.c.).
Ed invero, la stessa Corte di Giustizia dell’Unione Europea, pur ammettendo la possibilità che una regola Incoterms 2010 possa astrattamente rappresentare un indice rivelatore del “luogo di consegna”, statuisce che quest’ultimo si debba determinare, in primis, sulla base di quanto espressamente ed inequivocabilmente pattuito dalle parti e, laddove ciò non fosse possibile, si dovrà tener conto – ai fini dell’art. 7, par. 1, lett. a), Reg. 1215/12 – del luogo “della consegna materiale dei beni mediante la quale l’acquirente ha conseguito o avrebbe dovuto conseguire il potere si disporre effettivamente di tali beni, alla destinazione finale dell’operazione di vendita” (cfr. CGUE, sent. 25 febbraio 2010, Car Trim, C-381/08; CGUE, sent. 9 giugno 2011, Electrosteel, C-87/10).
La CGUE, in altri termini – pur attribuendo notevole valore agli Incoterms 2010 – ha stabilito espressamente che una determinazione contrattuale relativa al “luogo di consegna”, per poter derogare, in punto di giurisdizione, al “principio della definizione pragmatica” ossia quello della destinazione “finale” dei beni, deve essere chiara ed esplicita, con ciò volendo negare qualsivoglia rilevanza alle indicazioni o regole – quali, per esempio, gli Incoterms 2010 – che non siano espressione concorde e congiunta della volontà di entrambe le parti. Tali regole, invero, potranno, sì, avere valore relativamente alla divisione dei costi ed al passaggio della responsabilità dal venditore al compratore, ma non in punto di corretta individuazione del forum contractus.
L’attenzione che la Corte Europea ha rivolto al contenuto effettivo dell’accordo e le implicazioni che una impostazione siffatta comporta sull’individuazione del giudice compente, meglio si comprendono avendo riguardo alla giurisprudenza della Corte di Cassazione italiana in materia.
Il giudice nostrano, invero, è stato più volte chiamato a pronunciarsi proprio in merito al “peso” che una clausola degli Incoterms 2010 possa avere sul punto e, altrettante volte, si è dimostrato concorde e costante nell’affermare che tali regole possano concorrere nel determinare il forum contractus solo laddove siano il frutto di “una espressa e congiunta volontà delle parti in merito alla modificazione del luogo di consegna materiale dei beni compravenduti” (ossia quello “finale”, che si contrappone a quello “giuridico”), dovendo sempre sussistere, pertanto, “una chiara pattuizione della deroga al c.d. criterio fattuale, cioè una inequivocabile pattuizione” volta ad individuare un luogo di consegna diverso da quello “finale” (cfr. ex plurimis, Cass. SSUU, 26 febbraio 2016, n. 3802; Cass. SSUU, ord. 15 luglio – 14 novembre 2014, n. 24279; Cass. SSUU, ord. 2 maggio 2012, n. 6640; Cass. SSUU, ord. 21 gennaio 2014, n. 1134; Cass. SSUU, 19 giugno 2014, n. 13941).
Un Incoterm 2010, pertanto, potrà avere rilevanza ai fini della corretta individuazione del forum contractus solo laddove si appalesi come il frutto di una espressa e chiara volontà delle parti in tal senso – ossia, laddove sia “pattuito”, oggetto di accordo tra i contraenti – e non, invece, come mera dichiarazione unilaterale (a titolo esemplificativo, si veda Cass. SSUU, 26 febbraio 2016, n. 3802; Cass. SSUU, ord. 15 luglio – 14 novembre 2014, n. 24279, laddove venne ritenuto insufficiente a provare un effettivo accordo contrattuale, anche meramente verbale, delle parti sul “luogo di consegna” il fatto che nelle fatture fosse riportata la dicitura “Ex Works”).
Non meno esigente si è dimostrata, peraltro, la giurisprudenza delle corti inferiori, le quali, inizialmente, hanno addirittura escluso la possibilità che un Incorterms 2010 possa valere a rappresentare una clausola sulla giurisdizione, essendo, al contrario, idoneo solo a disciplinare la divisione dei costi e la ripartizione delle responsabilità tra il venditore e il compratore (cfr. ex multis, Tribunale di Milano, sentenza 21 gennaio 2013, n. 73: “Quanto tuttavia alla possibilità che la clausola “ex works” possa fondare la giurisdizione italiana, come sostenuto dall’opposta, secondo cui, per l’operatività di tale clausola, il luogo di consegna dovrebbe identificarsi negli stabilimenti del venditore, ritiene il Tribunale che tale interpretazione non possa condividersi, proprio alle luce delle indicazioni ermeneutiche fissate dalla Suprema Corte con la pronuncia sopra esaminata [trattasi proprio della Cass. SSUU, ord. 2 maggio 2012, n. 66409]. Nella richiamata decisione delle Sezioni Unite, infatti, è stato esaminato anche il preciso profilo in ordine al se il concetto di “luogo di consegna” debba assumere carattere “giuridico” ovvero “economico” e la Suprema Corte si è orientata in quest’ultima direzione… Pertanto, la clausola in esame riempie di significato la accezione giuridica del luogo di consegna, mentre non è idonea ad incidere sulla nozione fattuale, che coincide immutabilmente con il luogo di destinazione finale della merce, a prescindere dal luogo in cui il vettore incaricato la prenda in consegna”; Tribunale di Novara, 6 giugno 2011: “Nell’interpretazione dell’art. 5, n. 1, lett. b), primo trattino, Reg. n. 44/2001, deve essere privilegiata l’inequivocità e l’immediata percepibilità del dato fattuale, correlato al luogo in cui la merce entra effettivamente nella disponibilità dell’acquirente, mentre la clausola ex works pone una regola giuridica di disciplina delle obbligazioni delle parti, nel senso che consente di ritenere il venditore liberato dall’obbligo di consegna con la semplice messa a disposizione dei beni presso il proprio stabilimento e magazzino, ponendo a carico dell’acquirente tutti gli oneri e i rischi relativi al trasporto. Come tale, la clausola in esame dà contenuto all’accezione giuridica del luogo di consegna, mentre non è idonea ad incidere sulla nozione fattuale, che coincide immutabilmente con il luogo di destinazione finale della merce, a prescindere dal luogo ove il vettore incaricato la prenda in consegna”).
Al di là di tale iniziale orientamento, le corti di merito italiane si sono col tempo allineate – anzi, hanno a volte anticipato nelle proprie conclusioni – il suesposto orientamento delle Sezioni Unite, affermando, in molteplici occasioni, che, affinché un Incoterms 2010 possa valere a derogare al consueto criterio della “destinazione finale”, “è necessario verificare la sussistenza di una inequivoca volontà di entrambe le parti anche in tema di individuazione della giurisdizione”.
Nello specifico, la giurisprudenza nega espressamente che il semplice inserimento, magari unilaterale, di un Incoterms 2010 in un contratto di compravendita possa incidere sulla individuazione del “luogo di consegna” ai sensi dell’art. 7, par. 1, lett. a) e b), Reg. 1215/2012, a meno che non si riesca a dimostrare con certezza che tale previsione sia frutto della univoca e congiunta volontà della parti (cfr. Trib. Piacenza, 14 maggio 2013, proc. n. 3853/2011: “gli Incoterms ai fini dell’individuazione della giurisdizione devono essere espressamente e chiaramente richiamati dalle parti nel contratto di compravendita tra loro concluso, in modo inequivoco ed evidenziato … non v’è dubbio che, qualora, all’esito di una attenta indagine, si possa affermare che una clausola Incoterms è stata concordata tra le parti in modo chiaro, ne conseguirà la rilevanza di essa anche come criterio di eventuale collegamento in ordine alla giurisdizione da applicare, secondo i principio stabiliti dalla Corte di Giustizia Europea”; Trib. Padova, 3 maggio 2012, il quale, in riferimento all’Incoterm 2010 “CPT” ossia “Carriage Paid to Customer Warehouse”, ha stabilito che detta clausola avrebbe potuto disciplinare esclusivamente il riparto dei costi di trasporto e non, invece, il forum contractus, individuato nel luogo di destinazione finale della merce, avendo, sì, tali regole rilevanza in astratto, ai fini dell’individuazione della giurisdizione, ma dovendo essere, in concreto, fatte oggetto di espresso accordo tra le parti).
Ed allora, delle due l’una.
O gli Incoterms 2010 sono stati oggetto di espresso accordo tra le parti e sono, pertanto, il frutto della congiunta e concorde volontà contrattuale, potendo, così, essere considerati disposizioni idonee a stabilire il “luogo di consegna” ai sensi dell’art. 7, par. 1, lett. a) e b), Reg. 1215/2012. Ovvero, laddove così non fosse, le suindicate clausole potranno valere, sì, a ripartire i costi di trasporto e le responsabilità tra venditore ed acquirente, ma non potranno incidere in alcun modo sull’individuazione del forum contractus, il quale dovrà essere determinato alla stregua del “classico” criterio del luogo di consegna “finale” delle merci.

Il recupero dei crediti in Francia

1. Definizione e qualità del credito

Il recupero dei crediti corrisponde all’insieme dei mezzi legali che permettono ad un creditore di recuperare un credito dovuto dal debitore.
Qualora le lettere di diffida ad adempiere inviate dal proprio avvocato non sortiscono l’effetto sperato, è necessario ricorrere ai mezzi che la giustizia mette a disposizione.

Affinché il recupero del credito sia possibile, è necessario che il credito presenti varie qualità:

  • Il credito deve essere certo, cioè attuale e incontestabile. Di conseguenza, ai sensi dell’articolo 1315 del Codice Civile francese, si deve provare il credito per poterne chiedere il pagamento. In pratica il creditore deve fornire, a titolo esemplificativo, i moduli d’ordine e le bolle di consegna, i quali devono essere firmati dal debitore. Una fattura, in quanto documento di produzione unilaterale, non è sufficiente per provare un credito;
  • Il credito deve anche essere liquido, ciò significa che deve essere determinato nel suo ammontare;
  • Infine, il credito deve essere esigibile. Questa ultima qualità implica che la data limite di pagamento sia superata, ma anche che il credito non sia estinto.

2. Misure conservative

Vi sono due tipi di misure conservative (sequestri conservativi e cause di prelazione) che permettono di “congelare” una parte del patrimonio del debitore quando il credito appare fondato e il suo recupero minacciato.
Tali misure necessitano l’intervento del Giudice dell’esecuzione presso il Tribunale Civile (tribunal de grande instance).
Per ottenere una di queste misure, non è necessario che il titolo in proprio possesso sia esecutivo. Tuttavia, non appena la misura conservativa è stata ottenuta il creditore ha un mese per introdurre una procedura ai fini di ottenere un l’esecutività del titolo, senza il quale la misura diventa caduca.

3. Il recupero giudiziario

Esistono diverse procedure per permettere ad un creditore di recuperare il suo credito in giudizio. Tra queste, il procedimento di ingiunzione e il procedimento del “référé-provision” permettono di ottenere una sentenza del Tribunale rapidamente, trattandosi di riti sommari. Ma esiste anche una procedura ordinaria che implica un più ampio controllo del Giudice.

A. Il procedimento di ingiunzione di pagamento

È un procedimento rapido e semplificato che non è contraddittorio fino all’ottenimento dell’ordinanza di pagamento, il corrispettivo del decreto ingiuntivo italiano. Una volta che quest’ultima è stata notificata al debitore mediante ufficiale giudiziario, quest’ultimo può difendersi contestandone il decreto ingiuntivo. Eppure, questo procedimento non è sempre ammissibile, dipende del tipo di credito: per esempio, i danni da inesecuzione contrattuale non possono essere recuperati seguendo questo iter.

B. Il procedimento del “réréfé-provision”

La procedura di réréfé-provision è sommaria, si svolge in presenza delle due parti in contraddittorio, oralmente, e la presenza degli avvocati non è necessaria. Le tempistiche procedurali sono piuttosto rapide (da quindici giorni fino a un mese). Tuttavia, la citazione a comparire davanti al Giudice dei “référés” al debitore deve essere fatta a mezzo di un ufficiale giudiziario. Nell’attesa della sentenza definitiva, il Giudice può emettere una decisione che ordini al debitore di pagare un acconto uguale a una parte o alla totalità del credito dovuto, a titolo di misura provvisoria in via cautelare. Questa sentenza provvisoria è esecutiva anche se il debitore la contesta.

C. Procedura ordinaria

La procedura ordinaria si svolge sempre in contraddittorio, all’orale e senza l’obbligo della rappresentanza da parte di un avvocato, salvo davanti al “Tribunal de Grande Instance”. La citazione a comparire deve essere notificata a mezzo di un ufficiale giudiziario al debitore.
Il procedimento è meno rapido e più oneroso ma più congeniale a casi in cui delle contestazioni del credito sono possibili da parte del debitore.
Il Giudice esaminerà il credito “nel merito” verificandone i criteri di validità.
Il vantaggio di questo procedimento è la possibilità per il creditore di richiedere anche il pagamento di danni.

4. Contestazione delle decisioni da parte del destinatario della decisione

Il destinatario della decisione può ovviamente contestarne il contenuto, provando che il credito azionato non è in realtà dovuto.
Questi dispone del termine di un mese per impugnare il decreto ingiuntivo davanti al cancelliere del Tribunale competente o a mezzo di lettera raccomandata con avviso di ricevimento contenente una copia del decreto ingiuntivo e i documenti giustificativi a riprova della fondatezza della propria contestazione.
Trascorso inutilmente tale termine, la decisione del giudice è esecutiva di diritto.
Per quanto riguarda invece la contestazione del “référé-provision”, il termine per proporre appello è di due settimane.

5. Competenza e prescrizione

Secondo della natura del credito, il procedimento si svolgerà davanti al Tribunale Commerciale o alle giurisdizioni appartenenti al Tribunale Civile.
Il Tribunale competente geograficamente sarà colui nella circoscrizione del quale il debitore ha residenza (persona fisica) o un istituto o la sede sociale (persona morale).

Il termine di prescrizione per adire il Giudice dipende della natura del credito ma anche secondo la qualità dell’attore.
Il termine di diritto ordinario è di 5 anni a partire dal momento in cui il credito diventa esigibile.
Al contrario quando un commerciante agisce contro un consumatore il termine di prescrizione è di due anni (articolo L 137-2 del Codice del Consumo francese), e di un anno per i crediti sorti da un contratto di trasporto.

Per quanto riguarda l’interruzione della prescrizione si evidenzia che l’invio di una diffida ad adempiere al debitore non interrompe il termine di prescrizione, effetto sortito solo da certi atti, come la domanda giudiziale o la misura conservatoria.

Oltre le procedure suesposte esistono altre procedimenti e modi di recuperare un credito in Francia. La scelta della procedura dipende della natura e dall’ammontare del credito ma anche dalla qualità delle parti. Ecco perché si consiglia vivamente di ricorrere ad un avvocato al fine di avviare il procedimento giudiziario più congeniale al caso di specie e al fine di aumentare le possibilità di recupero del credito.

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